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Quo vadis, Domine?

“Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo”

Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. “Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio”. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. “Somigli a Iosef”. Così ho voluto vederlo. “Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai”. Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno.

Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie. E’ stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Ieshu, figlio mio. Non ho chiamato Iosef. Gli avevo promesso un figlio all’alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet Lèhem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l’aria: “Non potrai avere niente di più bello di questo, bimbo mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna te l’offre la tua terra d’Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me. Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra e io”.

Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l’appartenenza a un popolo. Fuori c’è odore di vino. Fuori c’è l’accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio.

Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo. Possiamo fare a meno di loro, anche di tuo padre Iosef che è il migliore degli uomini. Pensa: noi usciamo di qui all’alba del giorno e fuori non esiste più nessuno, né città, né esseri umani. Pensa noi siamo i soli al mondo. Che felicità sarebbe, nessun obbligo all’infuori di vivere. Finché dura la notte è così.

Abìtuati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto. Abìtuati al bivacco, impara la distanza che protegge dagli uomini. Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita. Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d’uomo, ma dal vento asciutto di un annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto.

Possa tu provare nostalgia di stanotte quando sarai nella loro assemblea, quando ti ascolteranno, possa tu guardare oltre la loro piazza, dove iniziano le piste. Abìtuati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Non è il censimento a spostarci, ma una via tracciata lassù in altro. Stanotte lo capisco, domani l’avrò dimenticato.

Ho dormito poco in questi mesi. Le notti guardavo le carovane delle stelle che i sapienti chiamano costellazioni. Stanotte continua l’insonnia, però è la migliore perché posso abbracciarti. Hai fatto bene a nascere di notte, lontano dagli uomini e dal giorno. Quello che verrà, domani e poi, sarà il contrario di ora, di stanotte. Stanotte è il tempo di abituarti al deserto che è tuo padre.

Com’è che non hai pianto, com’è che non piangi? Non puoi, sei forse muto? Meglio sarebbe, saresti in salvo, si dà troppa importanza alle parole, succede che costringono all’esilio, alle prigioni o peggio. Portano peso eppure sono fiato. Guarda come va su quello della nostra asina e quello del bue che ci ospita è più forte e sale più veloce. Pure il nostro, lo vedi? Soffio e va su.

E le parole no, una volta uscite mettono fuori il peso. Quelle di un annuncio ti hanno portato a me, quelle di un profeta danno ordini al futuro. Ma no che non sei muto e nemmeno stupito di star fuori di me. Muta ero io davanti all’angelo, muta ero io. Invece tu, figlio di un vento di parole addosso a me, sarai un vaso di frasi. Sarai diverso, ma senza esagerare, com’è diverso un fiocco di neve da un altro, un’oliva dall’altra. Basta poco da noi a finire esclusi: un’opinione su un articolo di legge, sull’amore, come il nostro Iosef che è stato messo al bando in mezzo al popolo per proteggere noi. Tu sei diverso già da ora e neanche è trascorsa un’ora tua. Mi fa paura che non piangi, figlio.

Le voci dei pastori stanno cercando l’alba. Fuori c’è una città che si chiama Bet Lèhem, Casa di Pane. Tu sei nato qui, su una terra fornaia. Tu sei pasta cresciuta in me senza lievito d’uomo. Ti tocco e porto al naso il tuo profumo di pane della festa, quello che si porta al tempio e si offre.

Si offre? Che sto dicendo, Signore mio che sto dicendo? Si offre? Ma perché? E perché figlio nasci proprio qui in Casa di Pane? E perché dobbiamo chiamarti Ieshu? Cosa mi è uscito di bocca: pane, offerta? Non sia mai, no, tu non sei pane, tu sei uno dei tanti marmocchi che spuntano al mondo, uno degli innumerevoli che nemmeno si contano e brulicano sulla faccia della Terra. Tu non sei niente di speciale, sei un piccolo ebreo senza importanza che non deve dimostrare niente, non deve fare altro che vivere, lavorare, sposarsi e avere il necessario.

Signore del mondo, benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è una madre. Quando nasce un bambino la famiglia si augura che diventi qualcuno, intelligente, si distingua dagli altri. Fa che non sia così. Fa che questo brivido salito sulla mia schiena, questo freddo venuto dal futuro sia lontano da lui. Lo chiamo Ieshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa che sia un cucciolo qualunque, anche un poco stupido, svogliato, senza studio, un figlio che si mette a bottega da suo padre, impara il mestiere, lo prosegue.

Noi penseremo a trovargli una moglie, lui mi metterà sulle ginocchia una squadra di figli. Signore del mondo, benedetto, fa che abbia difetti, non si occupi di politica, vada d’accordo coi Romani e con tutti quelli che verranno a fare i padroni a casa nostra, nella nostra terra. Non ho più visto il messaggero, non l’ho più sentito: è segno che lascerai fare a me e a Iosef? Certo, ce ne occupiamo noi. Fa solo che questo bambino sia nessuno nella tua storia, fa che sia un uomo semplice, contento di esserlo e che si arrabbi soltanto con le mosche.

Fa che non sia bello, non susciti invidie. Ascolta la preghiera alla rovescia della tua serva. Stupida che sono stata a vantarmi in me stessa della sua perfezione, della sua venuta dentro di me senza seme di uomo. Stupida e peccatrice per orgoglio a esaltare la sua specialità. Sia nessuno questo tuo Ieshu, sia per te un progetto accantonato, uno dei tuoi pensieri usciti di memoria. Ti pregano già tanto di ricordare questo e quello. Scòrdati di Ieshu.

Una nuvola passa e copre la stella. Il fiato delle bestie sale sicuro in alto. Ha più forza della mia preghiera. Non importa, continuo. Promettimi questo: che non lo sedurrai nei suoi vent’anni, come facesti col tuo Irmiau (Geremia), anche lui conosciuto da te mentre era ancora in grembo. Nei vent’anni è un sollievo ardere per un’idea, un impulso di verità e giustizia. Non sia quello il tempo del suo richiamo. Non sia prima dei trenta, prima che sia uomo compiuto, di scelte meditate. Allora se sarà ancora ferma la tua volontà che me l’ha messo in grembo, te l’offrirò io stessa, come fece Hanna, madre di Samuele. Lei lo portò dopo i tre anni, a me concedi i trenta.

Lo chiamerò ad agire, lo prometto, ma non nel mezzo di una mischia, di una guerra. Stanotte a lume di una stella viaggiante ho la vista dei ciechi. Tocco il corpo di Ieshu in punta di dita e lo vedo a una festa di nozze. Non è lui che si sposa, noi siamo invitati. Lui è un uomo, è già nei trent’anni. E io gli chiedo qualcosa e lui mi guarda, arrossisce confuso, non vuole poi obbedisce. Non so cosa gli ho chiesto, né cosa fa lui per risposta. Intorno la festa continua. So che te lo consegno quel giorno. Non dico: così sia. Dico: non sia prima di così. Ti ho promesso, promettimi. TI ho obbedito, esaudiscimi.

Ieshu apre gli occhi nel palmo di mano che gli regge la testa. Smette di succhiare, le sue pupille accolgono l’argento della luce notturna. Sono presa tra voi due. E’ così per ogni madre o questa notte è l’unica del mondo? Con te imparo il dubbio di essere una qualunque, presa a caso, oppure la più segreta. Certezza è che mi ascolti.

Dormi? Sì, dormi, non ascoltare tua madre infuriata contro se stessa, afferrata alla gola da un terrore. Dormi, respira sazio, cresci, ma poco, lentamente, vivi, ma di nascosto. Aspetto il tuo primo sorriso per coprirlo, che non abbagli il mondo e ti denunci. Dormi, domani vedrai la prima luce della tua vita e avrai di fianco la tua prima ombra. Dentro di me non ne facevi. Dormi, sogna che sei ancora lì, che la tua vita ha ancora il mio indirizzo. In sogno ci potrai tornare sempre.

Che vuoto mi hai lascito, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola. A terra sulle pietre della stalla c’è la placenta, il sacco vuoto della nostra attesa.

Sta sbiadendo la luce della stella, il giorno viene strisciando da oriente e scardina la notte. I pastori contano le pecore prima di spargerle sui pascoli. Iosef sta sulla porta. Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Iosef, questo adesso è tuo figlio.

Fonte: Erri De Luca

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