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Quo vadis, Domine?

L’uomo che si è preparato alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo

Per poche, pochissime persone che hanno chiesto di essere uccise, ce ne sono migliaia solo in Italia che chiedono di essere aiutate a vivere con dignità, di essere assistite, ci sono migliaia di famiglie lasciate sole a portare un carico enorme, e che mai se ne vorrebbero liberare. Queste famiglie avrebbero diritto di essere aiutate, insieme ai loro malati. Per loro, però, non si perde tempo in Parlamento.

Ma di fronte al dolore, alla carne sofferente che alcuni usano per affermare i loro deliri di autodeterminazione, invece che litigare sui principi io oggi vorrei parlare di un eroe. Senza polemica con chi non ce l’ha fatta, vorrei raccontare di un vero lottatore. Di un uomo grande, grandissimo. Di un modo virile ed eroico di vivere il dolore senza scappare. Ne ho sentito parlare da Padre Maurizio Botta, ai Cinque Passi. Adriano Stagnaro era nato nel 1970. Quando aveva 36 anni si è accorto di avere la SLA, una malattia terribile, degenerativa, mortale.

“La SLA mangia i progetti, i sogni, le speranze, le passioni. Vuole diventare il tuo pensiero unico. Ma la SLA non ha fatto i conti con me” – scriveva Adriano, che da malato ha aperto il Sito delle Anime Fiammeggianti, “baluardo di tutto ciò che mi appassiona, di tutto ciò per cui vale la pena combattere”. E ciò per cui vale la pena combattere per lui è Cristo, la fede in lui. “Se nessuno berrà alla fonte della tua anima, la sorgente diverrà pantano e non servirà più a niente”. L’opera di Adriano è monumentale. Un documento pdf di 478 pagine, che non è mai stato stampato. Solo chi lo ha scaricato adesso ce lo ha. Padre Maurizio Botta lo aveva scoperto da novizio, lo ha conservato per noi, e ce lo regala. A 41 anni appena compiuti Adriano è morto, il 4 ottobre 2011. Ma ha lasciato due eredità meravigliose. Una è stato il suo modo di affrontare la malattia: quando scopri che tutta la tua vita è alle spalle, cominci inevitabilmente a farti delle domande – dice. Lui non ha imprecato, maledetto, non si è lamentato sterilmente. È stato magnificamente uomo fino in fondo. Virile. Coraggioso. Una via segnata anche per noi, per le nostre spesso ben più piccole battaglie. Si è messo davanti al suo posto in trincea e ci è stato meglio che ha potuto. Senza sprecare un momento, andando avanti fino alla fine, anche dopo che i muscoli lo avevano completamente abbandonato (non so come abbia fatto, se non ho capito male negli ultimi tempi con l’aiuto della madre, e questo è un pensiero che mi toglie il fiato da quanto è doloroso). Il sito è stato aggiornato fino a quattro mesi prima della morte. Immagino che negli ultimi tempi sia stato impossibile scrivere, chissà che lotta è stata. E chissà come è stata feconda e preziosa agli occhi di Dio la sua sofferenza apparentemente improduttiva…

La sua seconda eredità è invece la sua opera, che si chiama E voi chi dite che io sia? È qualcosa di incredibile, davvero una miniera di informazioni sul Vangelo, su Gesù, una raccolta organica e organizzata del lavoro di altri “che io mi sono limitato a scremare, a vagliare criticamente, a collazionare”, dice lui, anche se a me invece dire che si sia limitato sembra davvero riduttivo. È un lavoro che io troverei ciclopico anche nel pieno possesso delle mie forze. Un lavoro fatto con intelligenza e serietà, e con amore per la Verità, che mi onora e mi commuove contribuire a far conoscere. Mi sento davvero sorella di questo grande uomo.

Parlare di lui in questi giorni in cui si discute di DAT non vuole essere polemico con chi non ce la fa, ma significa dare onore a un combattente. Provo compassione per chi si vuole suicidare, ma non credo che vada aiutato ad ascoltare la voce della sua disperazione. Credo che gli vadano dette altre parole. Credo invece che chi vuole disperatamente vivere abbia il diritto di essere aiutato. Nessuno o quasi si dà da fare per loro. Lo trovo indegno di un paese civile, indegno di un Parlamento che si riempie la bocca di parole come diritti civili, ma che è stato assorbito per un tempo infinito per battaglie imposte dal nuovo ordine mondiale che non hanno a che fare con la vita vera delle persone, militarizzato solo per difendere diritti che già esistevano e la cultura della morte, nel momento in cui siamo il paese che fa meno figli in assoluto in tutto il mondo, un paese in via di estinzione, letteralmente, e con un quarto della popolazione vecchia.

I parlamentari che stanno discutendo di DAT sarebbero più credibili se qualcuno di loro si desse minimamente la pena di occuparsi almeno ANCHE di chi vuole vivere. Certo, sarebbe bello se qualcuno avesse un’opzione preferenziale per la vita, comunque sia. Se qualcuno dicesse che tra vita e morte è comunque meglio la vita. Noi che crediamo che la vita è data da un Padre che ci ama molto pensiamo che la vita, anche malata, sofferente, faticosa, sia comunque un bene. Come è stata un bene incredibile la vita di Adriano Stagnaro.

Ci sarebbero molte altre cose da dire su questa assurda legge che si sta discutendo. Per esempio che trovo inquietante che non siano passati gli emendamenti che prevedono che tu possa cambiare idea sulla tua morte, ammesso che la vita sia un bene disponibile. Quando si sta bene sembra impossibile rinunciare a qualsiasi cosa, ma quando si sta male ci si attacca alla vita. forse se ne capisce solo allora il senso. Che io non possa cambiare idea sulla mia stessa vita è agghiacciante. Il 75% delle persone che compilano il questionario a distanza di tempo, in due momenti diversi, cambiano idea, pur senza rendersene conto, cioè dichiarando che sono rimasti della stessa opinione. Ci sarebbe da dire che già oggi le cure palliative si fanno, che nessun medico fa soffrire inutilmente un paziente destinato a morire, già oggi si aiuta, si accelera la morte quando è inevitabile. Che questa è una legge assurda che toglie ai medici la possibilità di agire secondo coscienza ma anche in serenità, senza paure di denunce e senza essere costretti a eseguire la volontà di altri che magari non sanno niente di medicina. Ci sarebbe da dire che non si possono chiamare cure il cibo e l’acqua, perché toglierli significa ammazzare di fame e di sete qualcuno. Ci sarebbe da dire che dovrebbe insospettire il fatto che una iniezione letale costa pochi euro, curare qualcuno molto di più, e quindi è logico incoraggiare una mentalità mortifera. Ci sarebbe da dire che crederemo alla buona fede di chi vuole questa legge quando per ogni copertina stucchevole dedicata a Fabiano che si è suicidato ce ne sarà un’altra per ciascuno dei tanti Adriano che continuano a lottare per vivere, perché almeno almeno hanno la stessa dignità, non è che chi si uccide è un eroe e chi resiste no.

 

Fonte: Costanza Miriano

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