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Quo vadis, Domine?

Ricordo di Elisa Lardani.

“Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!” Vive è il grido della folla davanti alla bara di un uomo ritenuto un eroe. E’ così che esordisce nel suo libro Un uomo la scrittrice Oriana Fallaci.

Perché gli eroi conosciuti, i grandi che fanno la storia sono soprattutto gli uomini che irrompono nell’umanità con forza e coraggio, molte volte a spesa di vite umane.
Zi, zi, zi! Vive, vive, vive, mi viene da gridare per le donne che fanno la storia nel silenzio e nell’umiltà della vita.
Le donne che con tanta fatica si impegnano a realizzare tutti quelli che penso siano progetti grandi per l’umanità: dare la vita, creare una famiglia felice aperta alle esigenze degli altri, lavorare per il bene comune e per alleviare le sofferenze ed i disagi del cuore umano.
Elisa le ha percorse tutte queste strade come tante donne che fanno la storia.
Elisa è il nome della mamma che è morta ieri all’ospedale perché partoriva.
Quando sento la domanda “Elisa chi?” la risposta è: Elisa è tutte noi, fino alla massima espressione dell’essere donna: dare la vita, darla fino in fondo.
Ho conosciuto Elisa come paziente, perché ho avuto la fortuna di seguire le sue gravidanze.
Ho conosciuto Elisa come amica, come professionista, quando all’inizio della sua carriera di psicologa le rimproveravo di essere “ troppo in punta di piedi” per il suo modo umile di approcciare i pazienti. Mai un eccesso di orgoglio, mai un’imposizione, anche in contesti in cui avrebbe potuto far valere la sua autorità e competenza.
L’ho conosciuta nel lungo percorso che abbiamo fatto insieme studiando e condividendo i progetti per formare le coppie al matrimonio e per aiutare quelle in difficoltà.
Una donna impegnata in prima linea a raccogliere sofferenze e disagi di tutti, dalle giovani anoressiche alle coppie lacerate dai disaccordi, tutto con infinita discrezione, con tanta saggezza e compassione, illuminata da una fede fatta di esperienze concrete.
Una donna che ha diviso tutto questo con un amore tenerissimo per i suoi bambini. E’ in questo confronto che molte di noi l’hanno incontrata: allattamenti pieni di cura, favole raccontate ogni sera, disegni, giochi, cucina ineccepibile, tanti sorrisi.
Apparentemente piccole cose che ogni madre, pur non ammettendolo a se stessa, vorrebbe non aver perduto occasione di fare.
Piccole cose, ma prezioso dono all’umanità che ogni donna regala nel nascondimento. Bagaglio di amore che fa la differenza nella vita di ciascuno di noi.
Nell’orrore di quanto è accaduto voglio vedere la meraviglia creatrice di ogni essere fatto a specie di donna, tutte le sue potenzialità realizzate, tutte le sue ricchezze nascoste, tutti i rischi ad essa connessi.
Esser donna e madre ancora oggi può voler dire morire di parto. 1 su 20.300: anche nel paese in cui viviamo, secondo l’Oms uno dei migliori al mondo per indice di mortalità materna, questo evento non è mai scongiurato.
Anche se nell’immaginario comune tutto è possibile prevedere e sconfiggere, nella realtà non è così e lo sa ogni donna nel suo cuore quando attraversa il sentiero della gravidanza con paura e con orgoglio.
Dare la vita, si, a volte fino in fondo, in un abisso di non senso.
Con il barlume di fede che mi rimane dico, e lo avrebbe detto anche lei, ci sarà il centuplo, in grazia, bellezza ed umanità compiuta.

Fonte: Costanza Miriano

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