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Quo vadis, Domine?

Tutti in classe. Oggi scuola di omologazione

A chi bazzichi minimamente la scuola pubblica, per avere dei figli che la frequentano, non suonerà strano quello che sto per dire.

E cioè che mai come oggi la scuola pubblica italiana – a causa dei programmi ministeriali imposti ai docenti di stampo matematico-tecnicistico ( al bando le suggestioni umanistiche, please!) con griglie entro le quali far rientrare (anche con la forza) tutto e tutti (voti, valutazioni, puntini, punteggi e mezzi punti ) e che portano, necessariamente, ad una piatta valutazione ragioneristica dei ragazzi, nonché per  la dittatura culturale impostaci dall’alto che trova un humus perfetto nelle macerie di una scuola ancora di stampo post-sessanttottino – è fucina di polli in batteria (i nostri figli) che devono omologarsi agli schemi ed essere allenati a non pensare.

Aggiungiamoci, pure, che la scuola è lo specchio dell’alienazione della nostra sociètà (moltiplicata al cubo in quanto ristretta in un piccolo spazio e scaricata da adulti su minori in una fase delicata della loro crescita nella quale assorbono come spugne questo disagio).

Sono, peraltro, impressionata dal numero di docenti con problemi psichici, anche gravi, che manifestano in classe in vario modo, usando il loro potere sugli alunni, per sfogare le loro frustrazioni. Ciò mi è confermato non solo dalla frequentazione diretta delle scuole e dalla mia esperienza professionale, ma pure da quanto testimoniatomi da insegnati e  dirigenti scolastici che spesso non sono in grado di gestire tali dinamiche. E non sono da meno i genitori, ovviamente, con le loro nevrosi e ansie paranoiche proiettate sui figli.

Il quadro che ne esce è oppressivo e di tipo orwelliano, dove tutti sono controllati da qualche entità non meglio definita. Il perfetto specchio di una società impostata sulla paura e sull’omologazione.

Ci si dovrebbe davvero trovare dinanzi ad un docente con i c.d. “attributi” ( cosa rarissima) per fare veramente bingo! Ma avere la grandezza della libertà non è cosa da tutti, in particolare oggi.

Libertà di valutare un ragazzo al di là delle griglie e degli schemi, specie se è uno curioso che fa domande e non si fa comprimere nei programmi e contenuti ministeriali.

Libertà di imporsi per il bene dei ragazzi dinanzi ai colleghi e non cedere ai compromessi, perdendo la faccia.

Libertà di difendere i bullizzati dalla crudeltà di maschi e femmine ( è in aumento il bullismo femminile)  dovuta alle sofferenze di una generazione senza padri, con famiglie spesso disgregate e mamme evanescenti in prevalenza vegane (l’ossessione dell’alimentazione è ormai diffusissima come forma catartica di purificazione) che, sempre più di frequente, per risolvere  conflitti e  delusioni della mezza età, si rivolgono in massa ai centri benessere ( dove spesso si trovano pericolose dottrine new  age , come il reiki) finendo per ottundere definitivamente la coscienza.

Libertà di non usare i primi della classe (quelli che rispondono perfettamente alle prove invalsi!) come longa manus del docente (autorizzati persino al controllo sui compagni) ma trattare tutti equamente.

Libertà di fermarsi in classe e farli ragionare e scoprire la bellezza di diventare uomini e donne di domani, di dire che il loro destino non è quello di topolini da laboratorio programmati ad attraversare percorsi obbligati ( peraltro mediocri, quanto a stimoli culturali) e, il tutto, per fare bella figura nel confronto con le benedette griglie ministeriali.

Libertà di metterli nella condizione di amare il sapere ed imparare la dignità ed il rispetto per quello che sono.

Libertà di rispettare (anche se non si condivide lo stesso credo) lo studente che manifesti il suo appartenere ( vera trasgressione moderna!) a Cristo, ad esempio.

Invece, si pretende di ridurli ad automi robotizzati che devono scrivere, parlare, pensare, reagire e forse respirare allo stesso modo. Fino ad annichilirli e togliergli qualsiasi identità. Pensate stia esagerando?

Uhm…vediamo: un po’ di retorica post – sessantottina, la storia vista ancora in chiave marxista, educazione sessuale con intervento dell’”esperto” della asl con tanto di spiegazione degradante di come usare il preservativo (e, in extremis, si consiglia persino l’aborto!), corso antibullismo (dove  entra di tutto, anche il monopolio di associazioni che promuovono l’ideologia gender), trionfo del tecnicismo, come se non bastasse la dipendenza da smartphone -se sai usare il computer e sei bravo in matematica in fondo non importa se scrivi “a senza h” e se il congiuntivo ti è del tutto alieno – e, ovviamente, un’abbondante dose di visione extra materialista circa l’identità dell’uomo che da scimmia è divenuto un’entità liquida ….e la ricetta è pronta.

Qui a Roma, ad esempio, a studenti che vanno dai 6 ai 16 sedici anni, il prossimo 18, 19 e 20 marzo ( alla faccia della quaresima e della festa del papà – 19 marzo S. Giuseppe) verrà proposto il seguente spettacolo teatrale : “Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro” che insegna ai bambini come non identificarsi in un sesso o nell’altro e viene così proposto un “gender creative child” un bambino-bambina, un vero e proprio terzo sesso. Vi suggerisco di leggere con attenzione la trama ( scaricabile da vari siti reclamizzanti lo spettacolo che sta girando in varie regioni d’Italia) perchè emblematica della volontà di traviare e confondere le anime candide dei bambini / ragazzi, inserendo dinosauri e travestitismi che vogliono richiamare al gioco, ma che gioco non sono affatto. E’ una vera e propria violenza ai danni di questa generazione.

Prossima tappa della scuola italiana, si sa, è l’abbattimento degli stereotipi di genere con una imminente formazione dei docenti in merito. Forse si arriverà ( come avvenuto in alcuni stati esteri) ad eliminare persino il genere maschile e femminile dal vocabolario e sparirà il lui e lei dal lessico grammaticale per far posto ad un generico “esso”. Tutto uguale tutto omologato. Il bello è che, quando accenni il problema alle maestre e alle professoresse, ti rispondono che no, c’è un errore, è solo una politica per il rispetto della donna e delle diversità. Beh, magari! No, no signore maestre e professoresse, non è così purtroppo. Basta vedere il contenuto di “Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro” e i tanti progetti simili già svolti nelle scuole materne.

Ecco, che bella scuola! Abbattiamo gli stereotipi di genere! Creiamo una generazione di folli schizzati che non sanno chi sono, ma che sono perfettamente manipolabili in quanti schiacciati e oppressi nella loro libertà di coscienza e nel loro intelletto.

Questo non vuol dire che tutti i docenti e dirigenti scolastici si adeguino a tale andazzo. Le eccezioni  esistono, eccome! Il sistema, però, è omologato ed omologante.

E pensare  che abbiamo ancora negli occhi i volti sorridenti e un po’ spauriti dei nostri figli al loro primo giorno di scuola. Hanno ricevuto il nostro incoraggiamento : “non temere  andrai a scuola, un luogo bello dove imparare a crescere, rispettare i compagni e stare sereno!”

Poi, a loro spese, apprenderanno che a scuola vige l’appiattimento delle valutazioni ragionieristiche e delle etichette. Che conta prima di tutto essere ingozzato di nozioni ( a gloria degli invalsi!)  senza alcuna speculazione  o libertà di pensiero ( vero peccato e tabù che può esporti al rischio di essere bollato come tipo particolare non omologato) e senza approfondire di fatto nulla.

Questa scuola promuove i peggiori istinti e dice a questa generazione che devono filare dritto secondo codici già scritti ed essere “homo homini lupus” e si salvi chi può! Non viene detta loro una parola sulla bellezza della vita, del sapere, dell’amicizia e della lealtà. Anzi, il commento più frequente che sento fare dai genitori è quello che debbano imparare a fortificarsi, intendendo con questo che debbano farsi furbi seguire le vie dell’opportunismo e dell’adeguamento a quanto passi il convento.

Ma quando poi la scuola arriva a confondere bambini ed adolescenti anche sulla loro identità biologica, allora ditemi voi che razza di scuola è ?

Confesso che questa generazione di bambini ed adolescenti suscita in me una tenerezza e un desiderio di cura che non sospettavo così profondo ed urgente; di dare loro cose alte, che li edifichino e che gli mostrino un po’ di cielo.

Io piuttosto a Roma porterei le scolaresche, d’obbligo, a vedere la cappella Sistina, per mostrare a quale dignità e grandezza l’uomo è stato chiamato, a visitare tutte le meraviglie dell’antica Roma, i capolavori barocchi e chi più ne ha ne metta, visto che la capitale è un museo a cielo aperto, altro che “Fa’afafine”.

Purtroppo per noi, sono veramente poche le realtà dove si trovi ancora il lusso del vero sapere e della libertà di espressione.

Invidio moltissimo gli abitanti di Bergamo dove è stata fondata una scuola meravigliosa diretta dal prof. Franco Nembrini (famoso dantista e rettore del Centro scolastico La traccia di Calcinate). O le mamme di S. Benedetto del Tronto che possono accedere allo scuola “Chesterton” fucina del libero pensiero.

Mi trovo a Roma purtroppo. La città sciatta e cattocomunista , buonista e del sì che te frega famoselopiacè , dei quartieri degradati, delle buche e degli escrementi per terra ( non solo di cane) dove vale più un cagnolino o un rottweiler che un bambino; ma anche la città eterna bella che ti mozza il fiato, dove la sconvolgente bellezza delle antiche vestigia si sposa con la culla del cristianesimo e tutto testimonia il  kalòs kai agathòs.

E allora, come dicono gli autoctoni, “a ridatece la gloria di Roma”! Non la squadra, intendo, – sebbene il problema dello stadio della Roma appassioni i tanti romanisti (!) – ma la grandezza di una civiltà e cultura che aveva cura del fanciullo fin dal grembo della mamma (esisteva già in epoca precristiana il curatore del ventre materno e, quindi, del nascituro) perchè il bambino, fin dal seno della mamma, era apprezzato e custodito come futuro cittadino!

Oggi, invece, più che cittadini responsabili si incoraggiano cloni possibilmente asessuati e non pensanti.

Si impone, insomma, un’educazione all’omologazione stereotipata.

Ma non si dovevano abbattere gli stereotipi?

Fonte: Federica Galvan

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