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Quo vadis, Domine?

Il vero volto di don Lorenzo Milani

«Mi piacerebbe», ha dichiarato Papa Francesco ai partecipanti alla presentazione dell’Opera omnia di don Lorenzo Milani alla Fiera dell’Editoria italiana di Milano lo scorso aprile, «che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani».

Le lodi di Bergoglio a questo sacerdote («Servo esemplare del Vangelo, lo dico da Papa» e «Ringrazio il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani»), sulla cui tomba di Barbiana è andato in preghiera il 20 giugno scorso, hanno creato malumori non certo infondati. Chi era don Milani?

Come spesso accade ai rivoluzionari di impronta marxista, anche l’intellettuale e politicante impegnato don Lorenzo Milani Comparetti (27 maggio 1923-26 giugno 1967) nacque e crebbe in una ricca famiglia ebrea. Il padre Albano era un chimico con forti interessi letterari, che si occupò dei suoi molti poderi intorno a Montespertoli, egli era figlio di Luigi Adriano Milani, archeologo e numismatico, coniugato a Laura Comparetti, figlia del filologo Domenico e della pedagogista Elena Raffalovich, ebrea ucraino-francese, fondatrice in Italia dei giardini d’infanzia del pedagogista tedesco August Fröbel. Perno della Raffalovich era l’aconfessionalità e laicità delle scuole.

Ella, che lasciò il marito, il senatore Domenico Comparetti, importante filologo, grecista e latinista, per seguire i corsi e le scuole froebeliana attive in Germania, era convinta che le donne del popolo avrebbero condotto una lotta di progresso per il bisogno pratico e dinamico dell’educazione dei propri figli, a differenza delle donne borghesi, che lei considerava legate a «false ideologie preconcette» (Cfr. carteggio con Adolfo Pick).

Dopo la morte nel 1927 del senatore, la famiglia Milani ne acquisì il cognome. Il nonno materno, Emilio Weiss, discendeva da una famiglia ebrea boema trasferitasi a Trieste, dove lavorò come commerciante, coltivando le sue passioni letterarie e l’amicizia con Italo Svevo. Proprio a Trieste nacque Alice, che qui fu allieva dell’amico di famiglia James Joyce e, contemporaneamente, fu affascinata dalle nuove teorie dell’ebreo Sigmund Freud. Agnostici e anticlericali, i genitori di Lorenzo si sposarono nel 1919 con il solo rito civile.

La famiglia viveva tra Firenze, le sue tenute e la residenza di Castiglioncello, luogo di amene e intellettuali vacanze; fra le loro frequentazioni: le famiglie Olschki, Valori, Pavolini, Castelnuovo Tedesco, Spadolini.

A causa delle posizioni areligiose della famiglia, le scuole frequentate a Milano dal secondogenito Lorenzo, dal fratello Adriano e dalla sorella Elena creavano loro disagio e per tale ragione i genitori decisero di sposarsi con rito religioso il 29 giugno 1933. Lorenzo, dopo le scuole dei Barnabiti,frequentò il liceo classico milanese Berchet. Studente di scarsa resa, intrecciò rapporti di amicizia con i compagni di classe Oreste Del Buono, Saverio Tutino, Enrico Baj.

In disaccordo con il padre, non si iscrisse all’Università e frequentò a Firenze, invece, lo studio del pittore Hans Joachim Staude, sensibile alla cultura orientale e al buddismo. Fu in questo periodo che Lorenzo fece delle ricerche sul senso dei riti liturgici, studiandoli con l’occhio del pittore e del filologo: egli stesso distruggerà i cartoni dei disegni e i manoscritti inerenti a tali interessi.

Fu nel 1943 che decise di convertirsi al cattolicesimo. Il 12 giugno di quell’anno ricevette la cresima dall’Arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, il quale aprì alle istanze del cattolicesimo sociale di Giorgio La Pira. Il 9 novembre entrò quindi nel Seminario arcivescovile fiorentino di Cestello, sancendo la sua scelta con la rinuncia alla propria quota di eredità familiare. Tuttavia il ribelle Milani visse male in Seminario, che definirà «una immensa frode» (lettera a Bruno Brandani, in N. Fallaci, La vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Milano 2005, p. 86): da subito manifestò la sua indisponibilità ad accogliere insegnamenti e ritualità della Chiesa: «si ha sempre l’impressione di essere in un manicomio […] non c’è più nessun indizio che possa far pensare in che secolo siamo, né in che paese. Difatti stiamo zitti in latino» (Lettere alla mamma, a cura di A. Milani Comparetti, Milano 1973, n. 2).

 La soggettività imperava nella sua religiosità sociale: gli atti rituali esteriori gli erano nemici; era l’interiorità protestantizzante che doveva prevalere sulla forma cattolica, scriveva infatti a sua madre, che fu sempre sua fedele confidente: «che ognuno pensi da sé a rettificare la sua intenzione e che se anche per caso si siede senza essersi fatto il segno della croce, può darsi che la croce che ha dentro sia più austera e più grande e più umiliante che quella che s’è dimenticato di tracciare per l’aria» (ibidem).

In occasione del referendum istituzionale del 1946, nonostante la posizione filomonarchica del cardinale Dalla Costa, don Milani espresse il suo favor per la Repubblica insieme a don Raffaele Bensi (1896- 1985), sacerdote che fu guida sua, dalla conversione alla morte. Ma Bensi fu confessore e consigliere anche di Giorgio La Pira, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Nicola Pistelli. Questo formatore di più generazioni di liberali e comunisti ammantati di religiosità cattolica, definirà il priore di Barbiana: «l’immagine più eroica del cristiano e del sacerdote» da lui conosciuta, e distruggerà, dopo la morte di Milani, tutto il carteggio intercorso con lui.

Ordinato sacerdote il 13 luglio 1947, fu inviato l’8 ottobre come cappellano nella parrocchia di San Donato a Calenzano (Prato), abitata da circa 1200 persone, gente prevalentemente povera. Fin dal principio non condivise la religiosità dei parrocchiani, la considerava azione passiva, artefatta, consuetudine necessaria per essere riconosciuti nella comunità. Questa è la classica tracotanza dei progressisti: considerare gli altri degli imbecilli nelle mani del potere.

Il pensiero comunista era parte integrante delle sue fibra e il credo era per lui confessione politica: teologia della liberazione. Le sue non erano mai catechesi, ma presa di coscienza sociale. Su tutto doveva imperare la dignità umana, quella che sarà esaltata dal Concilio Vaticano II in poi. Strumento di dignità era la capacità di espressione linguistica, presupposto di libertà.

La cultura avrebbe restituito dignità al povero. Fondò la sua scuola come alternativa a quello che considerava proselitismo delle parrocchie e alternativa alle sezioni comuniste. Per Milani la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era invece la sua rovina. Suo obiettivo era quello di far scoprire ai giovani le gioie della cultura e del pensiero e smisi«di far la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi occasione di umiliarli e offenderli» (Esperienze pastorali, pp. 128 s.).

Il buonista don Lorenzo Milani non era buono, né come uomo, né tantomeno come sacerdote. Abbandonò con disprezzo il catechismo tradizionale: lui, il rivoluzionario, indottrinava con autorità il cristianesimo attraverso lo storicismo e il Vangelo personalmente interpretato. La dottrina della Chiesa e i suoi riti erano favole per ingenui e sciocchi. Vedeva la scuola come la palestra del riscatto dei poveri e non come luogo confessionale (alla stregua della sua parente Elena Raffalovich), perciò i simboli cristiani e le immagini sacre dovevano essere tolte ed anche il crocifisso poteva legittimamente scomparire dalle aule, al modo dell’Abate Ferrante Aporti cento anni prima, smascherato dal pedagogo per eccellenza, san Giovanni Bosco.

Gli studenti non erano da Milani considerati degli scolari, bensì dei pari agli altri e, dunque, dovevano confrontarsi con gli intellettuali. Non a caso la concezione milaniana verrà presa a modello dal pensiero sessantottino: ogni settimana il prete classista invitava a tenere conferenze oratori come i magistrati Gian Paolo Meucci e Marco Ramat, il direttore del Giornale del mattino Ettore Bernabei, lo storico Gaetano Arfé.

Don Milani venne poi trasferito a Barbiana, una parrocchia in via di soppressione nei pressi di Vicchio nel Mugello, alle pendici del Monte Giovi, dove vi giunse il 6 dicembre 1954. Vi abitavano circa 100 persone. Si trattava, dunque, di una punizione. Con il suo linguaggio diretto e di strada, il parroco scrisse di aver accolto il nuovo incarico «nonostante fosse palese a chiunque che vi ero confinato come finocchio e demagogo ereticheggiante e forse anche confesso visto che non avevo reagito» (Lettere alla mamma 1973, n. 84). Nei suoi carteggi i riferimenti all’omosessualità e addirittura alla pedofila non sono rari. Don Lorenzo Milani non può essere portato a modello non solo nell’educazione cristiana, ma neppure in quella laica, a meno che quella laica sposi, come sta accadendo grazie alle politiche omosessualiste attuali, le teorie LGBT.

Alberto Melloni, direttore dell’opera omnia del priore di Barbiana (conservata, nel Fondo Lorenzo Milani, custodito dalla madre e poi affidato nel 1974 all’Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII a Bologna),cerca di difendere don Milani dalle accuse di pedofilia (d’altro canto è lo stesso autore che parla della sua attrazione fisica per i suoi ragazzi, per esempio in quella terribile lettera del 10 novembre 1959 che egli indirizzò a Giorgio Pecorini, giornalista de «L’Europeo» e che circola da tempo anche sul web), ma non di omosessualità. 

Giunse il tempo del libro dirompente che egli volle redigere pensando soprattutto ai preti. Voleva fare colpo e ci riuscì. Predispose con cura la pubblicazione a partire dal 1955, cercando sostegni fuori dalla diocesi dell’Arcivescovo Florit, che lo contrastava, e si appoggiò a Dalla Costa, dal quale ottenne il nihilobstat.

Per l’introduzione al testo fu in primo luogo coinvolto, tramite don Bensi, l’Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che declinò l’invito; la richiesta fu invece accolta dall’Arcivescovo di Camerino Giuseppe D’Avack. Uscì così, dopo le elezioni politiche del 25 maggio 1958, Esperienze pastoraliper i tipi della Libreria Editrice Fiorentina. Si tratta della sua opera principale, in cui emerge in compiutezza pensiero e azione. Polemico e critico nei confronti della predicazione, «il frutto della stupidità del sei e settecento» (p. 84), Milani esamina il rapporto, sia dei fedeli sia dei non credenti, con la liturgia, deformandone e profanandone il significato.

Era necessaria per Milani un’educazione finalizzata a trasmettere gli strumenti per decidere se sovvertire il modello di valori della civiltà in via di sviluppo e non di progresso, idea alla quale si rifarà più tardi il depravato intellettuale Pier Paolo Pasolini. Con Esperienze pastorali il priore di Barbianasi trovò al centro di un acceso dibattito nazionale, spalleggiato da La Pira e da Primo Mazzolari, ma contrastato da La Civiltà cattolica (20 sett. 1958), dove Angelo Perego commentò in termini negativi l’opera, ritenuta carica di ossessioni e di contraddizioni.

La Congregazione del Santo Uffizio il 10 dicembre 1958 ordinò il ritiro del testo, proibendone ristampe e traduzioni. David Maria Turoldo, che aveva discusso con l’amico del libro in corso d’opera, fece in seguito riferimento alle eretiche questioni teologiche poste da Esperienze pastorali, sostenendo che l’autore: «era di origine ebrea […], sebbene fosse illuminato grazie alla grande cultura sua personale e della famiglia da cui proveniva […] ma al fondo era un convertito con radici ancestrali ebraiche. Quel tanto di Nuovo Testamento che compare nel libro è venuto fuori dalle nostre discussioni» (D.M. Turoldo, Il mio amico don Milani, Bergamo 1997, p. 53). Interessante notare come dapprima il cardinale Roncalli fu critico nei confronti di Esperienze pastorali, ma una volta eletto Papa molte di quelle riflessioni divennero traccia dello spirito del Concilio Vaticano II, contribuendo al successo mediatico della scuola di Barbiana e del «prete rosso» (Lo Specchio, 21 marzo 1965).

Accolta da Avvenire d’Italia come un’opera «più simile a una fucilata che ad un saggio» (11 giugno 1967), la famosa Lettera a una professoressa ebbe ampia eco negli anni della rivoluzione culturale, tanto da divenire manifesto della contestazione studentesca. Più di venti milioni di copie furono vendute nel mondo e l’esito positivo venne legato al rinnovamento della scuola in Europa.

Negli ultimi anni, però, si sta capovolgendo l’ordine dei fattori: a fronte di una crisi educativa e scolastica di impressionanti proporzioni, le critiche vengono dirette anche a don Milani, politicamente implicabile nella responsabilità della attuale situazione pedagogica (Cfr. R. Berardi, Lettera a una professoressa. Un mito degli anni Sessanta, s.l. 1992); mentre La Civiltà cattolica( ottobre del 2007) ha recuperato la figura del prete di Barbiana.

Di sé scriveva: «io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto […] avrò seminato zizzania, ma insegno anche a chi mi darebbe fuoco» (Esperienze pastorali, p. 146). Uomo tribolato e sacerdote non realizzato, questo maestro eversivo, nei suoi 44 anni di vita, non ebbe mai pace e mai ne trasmise.

Fonte: Cristina Siccardi

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