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Quo vadis, Domine?

I cattolici lo fanno meglio

Come sappiamo bene noi che leggiamo queste pagine, la Chiesa è stata guardata dall’esterno con le lenti sfocate del pregiudizio in molti ambiti, ma quello in cui la vulgata è tanto lontana dalla realtà da diventarne quasi il contrario è quello che vuole i cattolici sessualmente insoddisfatti , repressi, infelici.

La verità è esattamente quella opposta. A essere infelici – almeno a quanto mi risulta dai racconti, dalle confidenze, da tanti dettagli che vedo, e certo a quanto risulta dall’instabilità delle coppie – sono i figli della liberazione sessuale, quelli che hanno ereditato da una generazione sciagurata di padri e di madri una visione della sessualità triste e sterile.

Sono loro che dopo un po’ se ne stancano, addirittura arrivando a disinteressarsene, o al contrario a cercare novità in modo bulimico. Sono loro a non attingere che a una parte piccolissima dell’avventura alla quale Dio chiama l’uomo e la donna, anche attraverso la sessualità. Insomma, i cattolici lo fanno meglio (una volta mi è uscita questa frase a un convegno, e degli amici ne hanno fatto lo slogan per una maglietta: catholics do it better!). Dio infatti ama la relazione sessuale tra un uomo e una donna, e l’ha resa così nobile e meravigliosa da affidargli niente di meno che la vita degli uomini, le predilette fra le sue creature. Scrive san Tommaso che il piacere che potevano provare Adamo ed Eva prima della caduta del peccato originale era qualcosa di sublime, altissimo, fortissimo. Quindi, che il piacere non è peccato, anzi, il piacere con il peccato diminuisce, la Chiesa lo sa da sempre (è il nemico che come al solito – che poca fantasia ha! – vuole convincerci che Dio è invidioso del nostro piacere).

Detto questo, anche noi che sappiamo che il sesso di per sé è una cosa buona, noi che cerchiamo di viverlo all’interno del sacramento, come Dio vuole, aperti alla vita, nella comunione profonda con lo sposo, in una sempre più profonda alleanza di vita di cui la sessualità è solo uno dei linguaggi, anche noi dobbiamo avere cura di questo tesoro prezioso, perché non è scontato che le cose funzionino, non da sole. Intendo dire che c’è sempre il rischio di lasciare il tempo per l’intimità per ultimo nella lunga lista delle cose da. È importante  non lasciarla come una delle tante pratiche da sbrigare in una lunga e affannosa corsa verso la fine della giornata. È importante dedicare attenzione e cura e tempo e creatività perché l’attrazione non si spenga.

Ecco, io non sono un’esperta, né una sessuologa né altro, non so molto più di questo, posso solo raccontare della mia esperienza e di quella di tante persone che si sono confidate con me in questi anni in cui sono andata in giro per l’Italia a parlare di matrimonio.

Gli uomini mi hanno spessissimo raccontato di essersi sentiti trascurati dalle spose, soprattutto dopo la nascita dei figli. Credo che di questo grave peccato dovremo rendere conto a Dio, noi mogli. La Chiesa non ha mai detto che il fine ultimo della Chiesa è la generazione dei figli. Il fine ultimo è l’alleanza con lo sposo, compagno di cammino verso Dio, in una comunione che deve essere sempre più vera e profonda col procedere degli anni. È per questo che anche con il declinare della bellezza fisica, poiché la comunione può invece diventare sempre più profonda, le coppie continuano a parlare il linguaggio del sesso, e anzi arrivare a un’intesa ancora maggiore che negli anni iniziali. Quelle relazioni basate solo sull’attrazione fisica, che poi si spegne, non sono secondo il progetto di Dio sul matrimonio. E se succede – sì, succede anche a tanti cattolici di sposarsi solo sull’onda dell’attrazione (la sessualità vissuta precocemente non aiuta a conoscersi davvero) – be’, allora è necessario un cammino di conversione della coppia, una nuova adesione alla chiamata, un approfondimento di cammino, sempre possibile quando c’è un sacramento, perché come diceva don Giussani, tu ti puoi sbagliare, ma Dio no, e una volta che ha benedetto le nozze, le rende sacre. Dunque, è importantissimo che le donne, anche quando diventano mamme, non dimentichino di essere prima di tutto spose,  anche quando sono completamente gratificate da quel minuscolo esserino irresistibile che dipende totalmente da loro, anche quando magari sono stanche morte dopo giornate fatte di accudimento dei figli e della casa e del lavoro, anche quando, essendo umane, l’unica cosa che vorrebbero quando finalmente possono fermare la loro corsa diurna è svenire su una qualsiasi superficie. È importante che non ci dimentichiamo di farci belle, di dedicare attenzione, tempo, tenerezza. La sessualità può essere una delle forme più alte di preghiera, perché è uno dei luoghi più importanti anche per sperimentare la nostra consegna a Dio attraverso l’altro.

Quanto agli uomini, quello di cui si lamentano con me le donne è che a volte si sentono desiderate solo fisicamente, quando la relazione intima non è la prosecuzione naturale di una serie di attenzioni  ricevute dal marito durante la giornata. L’uomo infatti funziona diversamente, ha un interruttore on off anche per la sessualità, il suo desiderio può essere stimolato anche solo dalla vista o dal contatto, la donna invece non è a compartimenti stagni. Gesti affrettati, parole dure, freddezza, o anche solo distrazione durante tutta la giornata, non aiutano la donna a desiderare l’uomo. Per la donna l’unione sessuale deve essere la naturale prosecuzione di altri gesti ed è importante per lei vedere nello sposo generosità, attenzione ai modi, ai tempi, ai ritmi (attenzioni che anche lei deve avere, sia chiaro).

Insomma, la sessualità è un linguaggio. Si può imparare, e si può ritrovare dimestichezza quando lo si è disimparato. Si possono conoscere parole sempre più raffinate e precisamente calzanti alla realtà. Lo si può far diventare sempre più intimamente nostro, e sempre più veicolo di amore vero, l’amore che è il contrario del possesso, e che tifa per il vero bene dell’altro.

 

Fonte: Costanza Miriano

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