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Quo vadis, Domine?

Figlio di assassino e figlio di santo

«Ritroviamo un po’ di umanità e preserviamo questa cosa che mi è mancata per tutta la vita: l’appartenenza a una famiglia, a un passato – per quanto possa essere doloroso. Il percorso, la storia del mio genitore – tragica quanto si voglia – questa rivendicazione di paternità ha dato un senso alla mia vita»

 

Nell’ottobre 1957 Jacques Fesch veniva ghigliottinato per la morte di un poliziotto. La sua conversione in prigione era stata folgorante. Sessant’anni dopo la sua morte, il figlio Gérard rilascia una testimonianza sulla redenzione, la famiglia, la misericordia.

Aleteia: La traiettoria tragica di suo padre è ben conosciuta, tra i nostri lettori. La scoperta inedita del suo essergli figlio lo è meno: vorrebbe tornarci su?

Gérard Fesch: Fin dalla mia più tenera infanzia ho sempre provato il bisogno di conoscere le mie origini, visto che alla mia nascita sono stato affidato ai servizi sociali. È come se mi fosse impossibile vivere senza. Ho immaginato di tutto, e spesso il peggio. Essenzialmente, cercavo mia madre. Nel fondo di me, pensavo che mio padre fosse morto in guerra. Quindi non lo avrei mai rivisto. Una sorta di certezza inesplicabile.

Nel 1994, all’età di quarant’anni, scopro brutalmente mio padre leggendo un articolo dedicato a lui in una rivista. Una serie di coincidenze mi fa pensare che si tratti di mio padre. Sulla foto che ho davanti agli occhi ha 24 anni. Che strana sensazione! Una cosa complessa… e per di più è un criminale, un ghigliottinato. Le immagini si accavallano in me, l’impatto sulla mia esistenza e su quella della mia famiglia è molto forte e mi ritrovo destabilizzato.

Scopro un padre assassino, ma quello che mi colpisce prima di tutto sono i suoi scritti. Questo percorso eccezionale. E poi quest’uomo si preoccupa della mia esistenza… alla vigilia della sua esecuzione formula delle volontà riguardo a me. Prendo allora coscienza della grandezza d’animo di quest’uomo, mio padre. Il solo che si sia veramente chinato a considerare la mia sorte di bambino abbandonato.

A: Recentemente ha dichiarato di essere «fiero di portare il nome di Fesch», come i suoi tre bambini che hanno anche loro adottato questo nome. Di cosa è fatta questa fierezza?

G.F.: In effetti, a partire dall’istante in cui ho “incontrato” mio padre, non ho avuto tregua finché le sue ultime volontà non fossero state rispettate. Non ho avuto che un desiderio: portare il suo nome. Onorare questo nome ed esserne fiero. Dare infine una vera identità, un nome, ai miei bambini. Un nome che abbia del senso. Oggi i miei bambini sono fieri, come me, di chiamarsi così. Un nome che certamente è macchiato di sangue, ma un nome che sessant’anni più tardi indica che ogni uomo è capace di ravvedersi, di trasformarsi, di divenire migliore. Che bell’esempio di redenzione!

A: La conversione di suo padre è stata radicale, il suo diario di prigionia ha sconvolto generazioni di lettori: davvero è convinto di essere figlio di un santo?

G.F.: Non so se sono figlio di un santo. L’impatto degli scritti di Jacques Fesch rimbomba così fortemente, in numerose persone di cui ricevo le testimonianze, che mi sento investito di una missione, ho un compito. La sua opera e il suo esempio non devono scomparire nell’oblio. Non è morto invano, ci lascia un messaggio, una forza vitale. Non si tratta dell’assassino che hanno ghigliottinato, forse neanche del santo… ma in ogni caso è un uomo trasformato.

A.: A che punto è il processo di beatificazione?

G.F.: Fa il suo corso. I documenti e le testimonianze in suo favore si accumulano, ma la strada è ancora lunga, senza dubbio. Ci vuole un miracolo, e che sia attribuito a lui, perché sia beatificato. Monsignor Lustiger diceva che ero io questo miracolo. Io sono persuaso che la forza di Jacques Fesch, la sua grandezza d’animo, daranno vita a un evento eccezionale. Un miracolo? Le testimonianze che ricevo sono numerose. Fino ad oggi ha già fatto tanto. Poco tempo fa dei religiosi messicani mi chiedevano di inviare loro una reliquia di Jacques Fesch, altri pregano per me, altri mi raccontano la gioia, la felicità di aver conosciuto Jacques Fesch.

A.: Ha poi intrapreso un nuovo passaggio, una richiesta di riabilitazione. Perché?

G.F.: La Chiesa ha delle buone ragioni per voler beatificare Jacques Fesch, e io non posso che rispettare questa richiesta. Ma, parallelamente, ecco le motivazioni profonde che mi spingono a chiedere la riabilitazione di un uomo condannato a morte che non è altri che mio padre.

Ha ucciso un membro delle forze pubbliche, e questo è incontestabile. Meritava la ghigliottina? Non lo so. Ciò che so è che fu giudicato in un processo dalla grande eco mediatica, certo, ma contestabile, incompleto, viziato. Una condanna a morte decisa in anticipo. Jacques Fesch doveva servire di esempio. Non è possibile oggi rifare il suo processo, ma mi sembra importante dire fino a che punto la giustizia dell’epoca poteva spingersi per ottenere una testa.

A.: Il suo libro è toccante e rende tutta la profondità della ricerca del padre – la sua “lettera a mio padre” in particolare. Che cosa direbbe a quelli che oggi si accaniscono nello sbrindellare le famiglie senza preoccuparsi dei bambini?

G.F.: Non tutti i padri sono criminali, scrittori e forse santi… questo padre, qualunque cosa abbia commesso, aveva lasciato prova del suo amore e del suo desiderio di paternità. Questa semplice lettera di riconoscimento che mi aveva indirizzato è stata parte della mia ricostruzione e forse mi ha permesso di sopravvivere a una malattia la cui diagnosi si presentava inappellabile. Mentre ricercavo le mie origini, ho esercitato il mestiere di musicista come trombettiere, ignorando che anche mio padre, prima di me, suonava la tromba. La direzione che prende la nostra società non è serena, anzi. Jacques Fesch è stato giustiziato per esemplarità. Che ne è stato di quell’esempio? Che strada abbiamo percorso, dopo la sua morte? Se si ponesse per referendum un quesito sulla pena di morte, oggi, non sarei sicuro dell’esito del voto.

Quanto alle famiglie, oggi sono in troppe a essere smembrate. Il bambino è troppo spesso (e ingiustamente) dimenticato. Quello che mi sembra essenziale, primordiale, è la preservazione del proprio equilibrio, della felicità. La verità sulle proprie origini non deve mai essergli nascosta. Ritroviamo un po’ di umanità e preserviamo questa cosa che mi è mancata per tutta la vita: l’appartenenza a una famiglia, a un passato – per quanto possa essere doloroso. Il percorso, la storia del mio genitore – tragica quanto si voglia – questa rivendicazione di paternità ha dato un senso alla mia vita. Oggi appartengo a una famiglia e posso misurare quanto questo valore sia importante.

 

Fonte: Thomas Renaud

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