Tu non morirai, io non ti lascerò morire!

Ciascuno di noi – che lo sappia o no, che lo accetti o meno – ha il proprio personale Mosè che innalza le mani in preghiera su un alto monte mentre noi, mischiati nel traffico, a rasoterra, combattiamo le nostre piccole grandi battaglie quotidiane. Insomma, mentre siamo provati, affaticati, tediati, sfiniti, qualcuno -a pochi passi da noi o dall’altra parte del mondo- sta sostenendo, con la preghiera a mani alzate, la nostra vita. Nessuno è escluso da questo circolo d’amore. E’ bello pensare che mentre qualcuno prega qui, dall’altra parte del mondo un uomo si converte e vive. Se poi questi speciali personal trainer abbiamo avuto la fortuna di conoscerli, possiamo attestare che ci rispondono ancor prima che si formuli loro una qualche domanda. Essi diventano i nostri occhi quando diventiamo ciechi, le nostre gambe quando diventiamo zoppi, le nostre orecchie quando diventiamo sordi.  Nessuno è solo, perché nessuno può salvarsi da solo. 

Il 2016 è oramai lasciato definitivamente alle spalle, ma la fine non per forza coincide con il fine, dal momento che la nostra vita è quotidianamente tempestata di epifanie divine e di segni che vanno a nascondersi perfin dentro un cellulare, diventando l’altoparlante di Dio. Nei giorni tornati al gusto di routine, sento risuonare ancora una frase dei giorni di festa. Ha la personalità forte e decisa di una sentenza e le forme sinuose e morbide di un augurio: «Tu non morirai, io non ti lascerò morire». Distribuire un augurio – nel tempo che segna una fine e propone un nuovo fine – significa recapitarlo direttamente al cuore del destinatario, perché emerge purificato dai convenevoli natalizi che arrivano in massa e ai quali non si può non affibbiare, talvolta, l’etichetta della formalità, che ci lascia travolti e mestamente nauseabondi. “Tu non morirai, io non ti lascerò morire”, ho sussurrato negli occhi di un ragazzo che era accanto a me all’ultima messa dell’anno: è stato il mio modo alternativo per augurargli la pace. Nei suoi occhi c’ho letto, con effetto immediato, riscatto e liberazione. Allora ho provato a moltiplicarlo, a distribuirlo altrove -tra amici, parenti, persone care-  e ho visto che funzionava! L’effetto prodotto è quello di bende che cadono e di sepolcri che si autodistruggono: vengono fuori uomini e donne completamente vivi. Mi commuove constatare che sottoterra e sotto pelle si muove tanta cronaca bianca, quella che quasi mai, ahimè, fa notizia perché, si sa, i mutamenti riguardano sempre la superficie. Eppure se gridassimo in massa l’andamento e la trama delle nostre giornate, ci renderemmo conto che la cronaca bianca sorpasserebbe, doppiandola, certa raggelante cronaca nera. Il bene è anonimo, è il male che c’ha sempre un nome!

«Tu non morirai» non è la promessa di un super-eroe che propina elisir di lunga vita a basso costo, nè l’illusione di sottrarre qualcuno dalla malattia, dalla sofferenza, dal dolore. Tutti muoiono, anche chi ama, anche chi è amato. Questa frase può provocare rabbia o confusione, potrebbe addirittura sembrare la versione edulcorata di un’immensa bugia. E invece significa credere: che l’altro, anche per mezzo di te, si salverà. E invece significa sperare: contro ogni speranza, che con un amore sincero e presente una vita può cambiare, può rimettersi in piedi dopo un fallimento, può scintillare di futuro. E’ un accredito di pienezza di salvezza, anche e soprattutto a chi, ingabbiato dall’umano e frettoloso giudizio, spesso non lo merita. “Tu non morirai, io non ti lascerò morire. Puoi contare su di me”. Diciamolo! A chi ci ha bucato il cuore e ci ha gettato nelle braccia dell’amarezza, lasciandoci in bocca il sapore del metallo arrugginito. Al collega con cui condividiamo la scrivania e la giornata, che dello spazio di un nostro fallimento ne ha fatto terreno fertile per un suo avanzamento di carriera. Ai clochard che giacciono infreddoliti ai bordi delle strade, e che di freddo muoiono, avviluppati dentro coperte di cartone. A chi soffre sulla propria pelle i morsi dell’irrequietezza e dell’inquietudine, svendendo la propria solitudine al circolo vizioso dei surrogati dell’amore. A chi, in piedi ad un incrocio, non sa dove andare. A chi vede crollare irrimediabilmente ciò che riteneva sacro. A chi, demotivato per sbagli propri o per scandali altrui, non ha più il coraggio di varcare il sagrato di una Chiesa perché non “ci crede più”. A chi ha visto sgretolarsi, come un castello di sabbia esposto al libeccio, i propri sogni di gioventù, e adesso abita un’esistenza appesantita dal dovere senza poter contemplare nemmeno il più piccolo miraggio del piacere. A chi è lasciato solo dalle istituzioni a gridare la scomoda verità, che se non è gettato nella stanza vuota dell’indifferenza viene trasferito nel lazzaretto degli appestati. A chi affida ad un barcone la rotta del proprio destino. A chi s’è arreso, perché dopo annate faticose di semina, non solo non ha raccolto i frutti, ma non può dirsi nemmeno compiaciuto di rimirare qualche germoglio. A chi a fine mese c’arriva a tentoni, col fiatone che fa bruciare i polmoni e le narici. A chi ha una condanna a morte da scontare vivendo. Ai giovani, oggetto di interminabili programmi pastorali, innumerevoli tavole rotonde programmate ed esilaranti incontri, non s’è capito, se per servirli o per servirsene. Gridiamolo: dentro tutti quei depositi di subumanità, dentro a quelle periferie esistenziali che dimorano nel pieno fuoco dei nostri occhi, che automaticamente ruotiamo dalla parte opposta. Quale stupore ci sorprenderà nel constatare che l’annuncio della salvezza arriva sovente da mani piagate e ricoperte di lebbra, tese verso quelle che accennano solo qualche graffio! E’ questo lo spettacolo cui siamo chiamati a partecipare, solo così vedremo invertire la corsa del mondo, e non importa se i giornali non ne parleranno. L’orlo del mondo, con una frase suggerita dal cuore e soffiata sugli occhi, traboccherà ancora di speranza.

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Fonte: Elettra Ferrigno

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